CRITICA

CRISTINA ACIDINI

A guardare un quadro di Pasquini, tra le tante sensazioni estetiche prevale, per me, l’impressione di sentir respirare. Il roco alito tellurico dei suoi paesaggi collinari. Il soffio profondo del vento che muove il mare spingendo le onde per distese immense. L’alito caldo e quieto delle case strette l’una all’altra come le pecore di un gregge nella notte. I sospiri fruscianti dei fiori appena colti, che portano tra le corolle frastagliate l’aria del cespuglio o del prato donde vengono. Manca, ecco, il fiato della creatura vivente, uomo o animale che sia, in un mondo fatto per l’attesa o per l’assenza che non pare aver bisogno di una vita pulsante in superficie, e che piuttosto attinge da sorgenti d’energia latente la sua speciale forma d’esistenza organica. Queste suggestioni, chissà se Pasquini le condivide: ma sono ad ogni modo ispirate dalla sua special pittura, pastosa e aerea, lievitante e fumante, illuminata da una luce interna che indora i fianchi delle colline, fa palpitare di riflessi viola i campi fioriti di primavera, spalanca le trasparenze di un mare trasfigurato in cupo cristallo. E nelle case di paesi erti ed amabili, quali se ne trovano tra lefosse e i poggi della campagna dell’Italia centrale e della Toscana specialmente, non sono le finestre a propagare la luce – ché anzi, sono note o virgole o feritoie dove si addensano ombre nette – ma sono i muri sfumati e i tetti rosei a lasciar trapelare una luminosità che è forse riflesso catturato dal sole di un crepuscolo invisibile o forse ricchezza intima e segreta, così gioiosa da accendere le tinte come fa l’amore quando scalda le guance di chi ne vive i primi sobbalzi. L’equilibrio di tagli, di volumi, di tinte, di luci e d’ombre che di quadro in quadro caratterizza la pittura di Pasquini è il tratto distintivo di un maestro sicuro, al quale la lunga e operosa carriera ha assicurato una meritata notorietà in sedi prestigiose. La sua presenza nella Sala delle Colonne a Pontassieve conferma l’alta qualità della linea espositiva fin qui intrapresa del Comune, auspicio e presagio di ulteriori iniziative di pari valore.   Dalla monografia “SILENZI DI NATURA” Redatta in occasione della mostra presso la sala delle Colonne Comune di Pontassieve (Firenze) – Dicembre 2009 / Gennaio 2010

In principio è la tela. Alta, bassa, larga, lunga; piccola, grande, grandissima. E sulla tela, una stesura di tempera bianca, data in uno spessore denso e ondoso, con un grosso pennello rotondo che prepara un sostrato candido e vibrante. E poi arrivano i colori, attinti da una tavolozza-tavolo (perché per sostegno a mo’ di gambe ha un tronco d’olivo contorto, come il letto di Ulisse): una tavolozza sontuosamente incrostata da quarant’anni di servizio, con i monticelli grumosi delle tinte in crescita costante. I più alti di tutti sono il giallo e il bianco, cifre solari dei quadri di Luciano Paquini, intrisi di luce.

Sulla tela i colori vengono applicati partendo dall’alto e andando verso il basso, così che la forma si costruisce con una progressiva e guidata discesa in pennellate sostanziose, senza disegno: ovvero, senza altro disegno che quello mentale del pittore, in familiarità fin dagli esordi con una gamma di soggetti in cui egli si riconosce e per i quali lo si riconosce: composizioni floreali, campagne estive, campagne innevate, villaggi fittamente costruiti, marine. Sono i colpi di pennello a costruire, con sapienti allusioni alle strutture e alle superfici, l’identità delle singole forme. Nei mazzi di fiori – spesso composti con cura e messi in obliquo – divengono i petali tondetti e concavi che a miriadi formano le cupole delle ortensie. Suggeriscono, in rosse spianate sfrangiate, le corolle aperte e senz’ombre dei papaveri. Evocano i fiori azzurri del carciofo irti come le setole d’una spazzola, con un’efficacia e una rapidità che la complicata descrizione botanica (leggerla per credere) è ben lungi dall’ottenere. Creano raggiere vigorose di margherite.

E nei paesaggi, sopra la trama granulosa che affiora dalle stesure più magre – la filigrana della vitalità che perpetuamente muove il mare e scuote la terra – colpi di pennello e tagli di spatola costruiscono spessori e tessiture: gl’intonaci stratificati delle case, le tegole sode dei tetti rossi, i solchi regolari nei campi, le distese cremose di neve, le discese delle rupi sul mare, le esplosioni floreali dei cespugli campestri gialli e viola nella stagione serena. All’occorrenza, un lieve passaggio abrasivo su una campitura di colore già asciutta, con un procedimento che ricorda l’antica tecnica dello “sgraffito” sul muro, lascia affiorare la texture dei minutissimi rilievi bianchi sottostanti. E allora il cielo prende la velatura irregolare dei vapori acquei in attesa di addensamento, il mare s’increspa sottilmente di piccole onde frementi ma innocue.

Scrivevo anni fa che a guardare i quadri di Pasquini, “tra le tante sensazioni estetiche prevale, per me, l’impressione di sentir respirare. Il roco alito tellurico dei suoi paesaggi collinari. Il soffio profondo del vento che muove il mare spingendo le onde per distese immense. L’alito caldo e quieto delle case strette l’una all’altra come le pecore di un gregge nella notte. I sospiri fruscianti dei fiori appena colti, che portano tra le corolle frastagliate l’aria del cespuglio o del prato donde vengono. Manca, ecco, il fiato della creatura vivente, uomo o animale che sia, in un mondo fatto per l’attesa o per l’assenza che non pare aver bisogno di una vita pulsante in superficie, e che piuttosto attinge da sorgenti d’energia latente la sua speciale forma d’esistenza organica”.

Infatti in queste visioni accuratamente depurate da ogni traccia di umanità – se non quella che si deduce dalla presenza di case costruite e abitate, di campi ordinatamente lavorati -, fa da protagonista un ambiente benevolo e diurno che non infligge tempeste, dove non fa mai buio, dove la neve caduta in silenzio si stende protettiva come una spessa glassa su vallette e alture. L’illuminazione in questi quadri di rado ha una sorgente visibile, anzi di solito è tenue e diffusa, come interna alla pittura e impastata in essa, cosicché a suo tempo ebbi a definirla “una luce interna che indora i fianchi delle colline, fa palpitare di riflessi viola i campi fioriti di primavera, spalanca le trasparenze di un mare trasfigurato in cupo cristallo. E nelle case di paesi erti ed amabili, quali se ne trovano tra le fosse e i poggi della campagna dell’Italia centrale e della Toscana specialmente, non sono le finestre a propagare la luce – ché anzi, sono note o virgole o feritoie dove si addensano ombre nette – ma sono i muri sfumati e i tetti rosei a lasciar trapelare una luminosità, che è forse riflesso catturato dal sole di un crepuscolo invisibile o forse ricchezza intima e segreta”.

La ricorrenza di soggetti e soluzioni formali nella prolifica pittura di Pasquini trasmette l’immagine di un artista fedele alla propria linea espressiva, i cui cambiamenti – di taglio, di densità, di toni cromatici – si percepiscono solo nel lungo e nel lunghissimo termine: refrattario alla sperimentazione fine a se stessa, innamorato dei “suoi” temi così da non stancarsene mai, pago delle varianti impercettibilmente ma costantemente introdotte, che rendono pur sempre ogni quadro diverso dall’altro.

La fedeltà di Pasquini alla propria cifra creativa ha i ritmi lunghi e lenti di un retroterra rurale e contadino, ancor oggi elemento di attualità e valore costitutivo delle scelte di vita sue e della famiglia, arroccata su un poggio in quel di Rignano sull’Arno in un paesaggio dalla bellezza emozionante, tra oliveti ben governati, scuri cipressi svettanti, macchie di ginestre, cespugli ondeggianti di giaggioli viola, tra olio buono, vino genuino, ciliegie salvate dai becchi voraci dei merli: pendolare stagionale fra il cuore profondo del contado fiorentino e la coste adriatiche sotto il Conero.

E all’interno di questo svolgimento di vita, ha occupato una posizione di fondamentale importanza – come sottolineano tutte le biografie di Pasquini e lui stesso – il pur breve periodo nella scuola elementare di San Gersolè, dalla prima alla terza, con la maestra Maria Maltoni. L’ammirazione per i disegni naturalistici accuratamente delineati e pazientemente colorati a matita dagli scolari di quinta e sesta non ha mai abbandonato Pasquini: anzi, ha lavorato segretamente ma tenacemente dentro di lui, fino a sbocciare in una vera e propri vocazione adulta alla pittura, una vocazione naturale esuberante come i fiori irradianti di colori energetici e vitali che prese a ritrarre, riannodando le fila di quel precoce imprinting botanico. Lo si potrebbe definire un autodidatta formatosi inconsciamente. Ancor oggi sul suo tavolo ingombro (e tuttavia tenuto sotto controllo, grazie alla sua meritoria attitudine alla documentazione e all’archiviazione), troneggia quasi come un oggetto di venerazione la bella edizione de “I diari di San Gersolè” pubblicata nel 1949 a Firenze da Il libro – e precedente di dieci anni i più noti “Quaderni di San Gersolè” con prefazione di Italo Calvino – dove la parola e l’immagine hanno per protagoniste la natura e la vita rurale, con i suoi spazi misurati e i suoi riti arcaici giunti alle soglie della modernità.

Ed è proprio Pasquini uno dei bambini lindi e paffuti nella fotografia che fa prima e quarta di coperta al catalogo della mostra “La Maestra e la Vita- Maria Maltoni e la scuola di San Gersolè”, che il Comune di Impruneta organizzò presso l’Ospedale degli Innocenti di Firenze nel 2007.

E’ questo spessore invisibile eppure incrollabile e terragno che dà ai quadri di Pasquini la loro genuina vocazione alla lunga durata nel gusto e nell’affezione di chi, a qualsiasi titolo, se li ponga o se li trovi sotto gli occhi. Perché scavando negli strati invisibili del passato e del presente dell’artista, vi si scoprirebbero la maestra Maltoni, i bambini grandi con i loro bei disegni, i costruttori delle case dai tetti a falde rosse, i lavoratori dei campi che hanno arato e seminato lasciando tracce regolari sui poggi benedetti dal sole; ci sarebbero gli olivi e i cipressi, le ginestre e la risacca, i sapori dell’olio, del vino, delle ciliegie a primavera. Tutto questo mondo solido e vero, antico e contemporaneo al tempo stesso, resta acquattato in ogni quadro di Pasquini come un apparato radicale dentro il suolo, che non si vede ma permette all’albero di innalzarsi e al suolo stesso, imbrigliato e trattenuto, di resistere senza franare alla prima pioggia. Col possedere un quadro di Pasquini si possiede un frammento di Toscana, una scheggia d’Italia: e dell’Italia migliore, quella in cui l’uomo ha saputo modellare col suo lavoro appassionato e rispettoso la bella natura dei luoghi. Firenze, maggio 2016   Dalla monografia “COSTRUIRE COL COLORE” Redatta in occasione della mostra presso la Certosa di Pontignano (SI) – Maggio 2016 / Ottobre 2017

PIETRO CIVITAREALE

[…] La pittura di Pasquini si presenta da sé, tanto è chiaro e lampante il suo discorso: un mondo di ricordi infantili, di pura mimasi naturalistica che si appoggia ad una sensibilità contemplativa raccolta, persino pudica nel suo rigetto di variazione e che si compiace della sua stessa felicità e linearità semantica e di oggettive implicazioni. Paesaggi e fiori soprattutto, ma trattati con delicata finezza di segno e con notevole grazia coloristica […]   Dal mensile di informazione artistica “QUESTARTE” n°5, maggio 1979

GRAZIANO COSNER

Che gli oli di Luciano Pasquini siano un affascinante gioia di colori e forme e paesaggi è stato ampiamente detto dai critici che ne hanno seguito la carriera artistica. Che la Toscana emerga prepotente da ogni ardente quadro di paesaggio è altrettanto evidente: colline dolci e infuocate, filari di vigne, campi arati ricolmi di mèssi, borghi accoccolati su rilievi morbidi, tetti e ancora tetti di cotto rosso e bruno, macchie di ginestra a lampeggiare qua e là. E poi ci sono le marine: il mare si nasconde dietro alle dune costiere, ancora alcuni passi e finalmente ecco l’infinita distesa blu comparire tra gli arbusti selvaggi: è incanto stupefatto. E infine ci sono i fiori: sì, ci sono anche i fiori, a mazzi, a grappoli, a cascata: eccoli a riempire tele e tavole senza disegno, a riempire gli occhi senza tregua e raziocinio, senza posa. Perché questo è il modo di far pittura di Pasquini: partire senza disegno ed avventurarsi nelle possibilità infinite dei colori dati a spatola, spianati a gesti veloci sulla base bianca, mescolati, attorcigliati, e poi composti in trama che già intravede le possibilità figurative. Ecco allora entrare in scena i pennelli, e con essi la mano più attenta a dar vita alla rappresentazione del teatro della natura, della vita.

Così vede Pasquini. Occhi pieni di colline, di messi, di borghi toscani, di fiori che sbocciano ora o mai più, e tu devi coglierli con lo sguardo prima che con le mani; paesini che sono sempre uguali, ma che con il cambiare dell’ora si trasformano, e tu devi distillarne il senso, la prospettiva, le possibili composizioni di righe sui tetti; campi che maturano col passare delle stagioni e producono geometrie di linee e masse di colore. O ancora onde del mare, deboli e fragili, mai infuriate, ma larghe, aperte: mare raccolto ma infinito a portata di occhio.
Ma non così dipinge Pasquini. Perché tutto questo bagaglio visivo si deposita poi nello studio in cui lui si rifugia, di giorno, di notte, all’alba, ogni volta che il bisogno di “scrivere storie col colore” lo agita e non gli lascia scampo. E allora la sua pittura apre le valigie di immagini e ne fa uscire ricostruzioni vivide del ricordo recente, impressioni di pancia e cuore. Ora finalmente parte il “fare” del dipingere.
I suoi quadri cominciano a prendere forma, senza avere forma; le sovrapposizioni continue di campi di colore diventano campi di terra o petali sfrontati, che si mettono in ordine sulla tela per accogliere, lì vicino, il resto della narrazione. Ecco dipanarsi la composizione e ogni singolo pezzo prende significato figurativo. Le parti lavorano, si affiancano, si compongono e poi contrappongono, alla ricerca di un buon posto in cui stare: come un’intima sinfonia famigliare, le conversazioni di amici intorno al fuoco, quando i racconti appena mormorati all’improvviso si infiammano per una battuta o un motto vivace e tutti scoppiano a ridere. Un po’ così sono i quadri di Pasquini: non solo storie assolate nel meriggio, sotto la veranda, placide e assorte, ma anche briosi raduni serali di amici un po’ brilli, qualcuno sfacciato, altri divertiti. Ma tutti sembrano soprattutto innamorati di quello che stanno a sentire dagli altri, armoniosamente raccolti.

Tutto risolto quindi?
Non proprio, o forse proprio per nulla. Perché i quadri di Pasquini, così apparentemente compiuti, sono invece disseminati di silenzi assordanti. Così pieni di tutto, portano il seme di un enigma?
Sì. Superata la notte intorno al fuoco qualche domanda comincia a farsi strada. Qualche dubbio. Si inizia ad indagare sulle assenze. Bisogna non essere troppo accondiscendenti con ciò che i pittori dipingono, non accontentarsi delle deliziose pietanze di cui è dolce saziarsi. Occorre cercare e chiedere conto di quello che non si è avuto.
Mi è di aiuto il fatto di essere nato e cresciuto in montagna e non nella Toscana di Pasquini. Ho vissuto di verticalità, di sole squillante, di luce esplosiva che viene dall’alto, di contorno inevitabile fatto dalla corona delle montagne che mi circondano, di verde e di azzurro in tutte le gradazioni, di senso di appartenenza immediata e inevitabile. Guardando i quadri di Pasquini vedo tante assenze.
Partiamo dal cielo: lui che parte sempre a dipingere dall’alto, riduce il cielo ad una piccola frazione della composizione. È un cielo sempre velato, mai arrabbiato, eppure mai terso; più spesso grigio e nebbioso. Nei quadri vedo tutti i colori, ma non il blu e i suoi fratelli. C’è una passione per il viola, ma quello è un’altra cosa, è terra e non cielo. Come un pellegrino curioso che cammina dentro un quadro, spalanco del tutto la porta dell’enigma, e questo inizia a mostrare i suoi contorni: per esempio non c’è mai sole a risplendere nel cielo e riscaldare. Non c’è sole neppure a illuminare, anche se i paesaggi di Pasquini sono densi di luce e di colore. Com’è possibile?
La composizione poi rivela distacco. Ogni quadro di paesaggio, pur frontale, guarda tutto da sopra. E’ un paradosso prospettico, quasi come se la collina ideale di osservazione in cui il pittore siede fosse comunque e sempre un po’ più alta del resto del mondo. C’è distanza velata fra i due: oltre il punto di osservazione si apre spesso una valle che separa inavvertitamente il primo piano dal resto del quadro, quasi a simboleggiare una non compiuta appartenenza, uno sguardo che si ritrae.

Percorro i paesaggi, infinite variazioni – mai paghe – di borghi tanto veri quanto ideali, di colline dolcissime ma non reali. Niente vento. Solo lo spirare impercettibile di una brezza che si immagina e non si vede ma riesce a togliere l’afa della calura estiva. Un paesaggio pieno di sé e della sua bellezza, ma deserto di presenze umane e animali. Non una donna, un passero, un gatto. Eppure è bene così: se ci fossero, se agissero lì dentro, ci riporterebbero con i piedi sulla terra. Se ci fossero, e se Pasquini li dipingesse, immagino che sarebbero forme evanescenti di fantasmi, che camminano con piedi leggeri, ospiti poco appropriati. Mancano l’uomo o la donna, perché in effetti essi sono già presenti nelle opere del loro sudore e del loro ingegno: case e campi coltivati, vie tracciate con un filo di bianco, alberi piantati a fianco delle case. Mancano i bambini, ma non posso evitare di pensare che se ne stiano nelle piazzette nascoste a giocare e strillare come rondini, o dietro le finestre appena abbozzate.
I tanti mazzi di fiori di campo stanno raccolti quasi a fatica; escono da vasi evanescenti che sono forse solo tratti di colore, più che rappresentazioni del vetro. Perché i protagonisti reali sono poi i fiori, non il loro contenitore.
Negli oli di Pasquini mi manca il bianco. Solo qua e là minutissime tracce di strade che sento polverose; sottili ossature contorte di rami secchi di pino o ginestra sulle marine; leggerissime increspature delle onde e la spuma lieve della risacca. Il bianco sta sotto, tra la tela e il fondo colorato, molto prima del quadro che sto percorrendo come pellegrino in lungo e in largo; e allora capisco che il bianco di sfondo è il sole nascosto che non c’è in cielo, sta tutto dentro per dare brillantezza a ciò che si vedrà alla fine. E’ all’origine di tutto e raramente torna alla vista per dare senso al colore, o per delineare direzioni.
Nei quadri di Pasquini mi manca il tempo. Non c’è il presente, perché nulla avviene, non c’è il passato, testimoniato magari da vecchi attrezzi o manufatti; non c’è il futuro rappresentato dalla macchina. C’è solo un inequivocabile eterno-presente diffuso, valido ora come mille anni fa, testimone di un tutto che non ha bisogno di esibire particolari. Le stagioni sono mature: il fiore è sbocciato, l’erba verde, il grano biondo e pronto per essere colto. E’ come se l’atto del dipingere le volesse rappresentare nella loro perfezione istantanea. Una terra che è madre. Con la stessa meraviglia le marine sembrano viste e raggiunte solo dopo tanto camminare: si aprono alla vista del bambino stupefatto, la discesa fra le dune è lì bell’e pronta per essere rincorsa, per arrivare a tuffarsi nel mare finalmente guadagnato. Un mare che è padre.

Per definire l’enigma dobbiamo necessariamente collegare tutte queste assenze e provare a interpretare pittura e pittore a partire questa volta da ciò che non viene detto. Ecco che allora ci si presentano un pittore inedito e una pittura diversa da come l’abbiamo sempre vista.
Compare una pittura astratta, prima che paesaggistica; di calore, più che di colore e luce; metafisica, più che realistica.
Pasquini non dipinge la Toscana, le colline, le marine, i tetti: ne dipinge la quintessenza antica, come la riconosce la sua sensibilità antica di toscano.
La dipinge come faceva da bambino, nella scuola elementare di San Gersolè, sotto la guida della Maestra, quella Maria Maltoni che tanto proficuamente ha influito sulla sua formazione non tanto pittorica, men che meno scolastica, ma di vita e sensibilità per il mondo fuori e dentro di sé.
La vede con gli occhi dei genitori contadini, che misurano i luoghi a giornate e raccolti, non a chilometri o produzione; con i desideri degli agricoltori del paese, che redimono il sudore della trebbiatura con la speranza di riserve per l’inverno e del calore saporito dei ritrovi serali.
Per questo la luce dei colori straripanti dei suoi quadri non viene da fonti di illuminazione esterna, dal sole o dal cielo accecante, ma viene da dentro. Essi distillano la loro energia cromatica dal calore interno e dal calore della terra, potente e mai dormiente anche nei paesaggi ricoperti della neve di pianura. Il sole è dentro le cose e si esprime come maturazione di sé, e da questa visione profonda pittore e pittura non si discostano mai, neanche nel meriggio senza vento.
Così i quadri di tetti e case rappresentano la stratificazione quasi geologica, pulsante dei colori della creta toscana, di ogni tetto e di ogni casa: le spatolate di colore appena separate da tratti scuri costruiscono una famiglia di visioni dal vivo o di ricordi perenni?
Qui appunto si ferma la voce del critico, in mezzo a questo bivio; ma gli viene di pensare che Pasquini è un pittore astratto, che racconta le sue visioni con straordinaria evidenza plastica e mimetica.
E’ un metafisico che esprime se stesso dando voce a panorami e paesaggi in cui tutti, alla fine, si riconoscono e vorrebbero essere.
La sua pittura è senza luce, ma i suoi quadri illuminano le stanze in cui vengono collocati per la potenza originaria del calore di vita.
La sua pittura è incapace di tempo presente, eppure racconta oggi la sua terra meglio di una fotografia.
I suoi soggetti sono orfani di uomini e donne, eppure sono pervasi di umanità umile che ha creato il paesaggio.
I suoi fiori nascono nello studio-laboratorio, perché il pittore come la natura, costruisce giorno dopo giorno i piccoli gioielli, senza mai stancarsi, senza mai presumere di aver trovato ogni espressione possibile del miracolo.
In tutto questo la pittura è madre. Una bella sfida, non c’è che dire.   Dalla monografia edita in occasione della mostra personale allestita presso la Sala Civica del Comune di Andalo (TN). 22 luglio – 3 settembre 2017

RAFFAELE DE GRADA

[…] Pasquini è un pittore conosciuto e recentemente è stata ordinata una sua retrospettiva antologica dell’Università di Camerino, il che per un artista che ha poco più di cinquant’anni non è poco. In questo stesso anno i suoi quadri sono stati esposti in quella importante vetrina che è l’Arte Fiera di Bologna. Egli è tuttavia di quei nomi che ricorrono nell’informazione quotidiana (che del resto nel campo delle arti è piuttosto carente). Pasquini si è così immedesimato nel suo ambiente, nella sua campagna che si sente perfettamente a suo agio dipingendo fiori di campo e chiome di olivi. Qualche volta la sua corda diventa malinconica ritraendo una spiaggia deserta al declinar dell’autunno. Questi quadri tra arbusti, sabbie e mare sembrano un nostalgico ripensamento di stagioni trascorse, in una intimità delicata da poeta romantico. Si potrà dire che la chiarezza figurativa dei suoi temi, che il rispetto delle buone regole della pittura possono far considerare Pasquini un pittore tradizionalista. Ma è proprio questa sua fedeltà al dipingere che ci fa accettare il contributo di Pasquini all’arte del nostro periodo. Si avverte sempre più una gran voglia di ristabilire i principi primi della pittura. […]   Dalla presentazione sul catalogo della mostra personale presso S. Maria Gualtieri in Pavia organizzata da A.N.P.O. Pavia – 1996

TULLIO DE MAURO

Nella sua autobiografia intellettuale, Il mondo come io lo vedo, Albert Einstein ha detto una volta assai efficacemente quanto è grande per ciascun essere umano il debito che ha verso gli altri con cui è vissuto e vive. Diceva il grande fisico: viviamo in case che altri hanno costruito, ci nutriamo di alimenti che altri hanno prodotto, pensiamo e diciamo cose complesse grazie a una lingua che altri hanno parlato e formato nei secoli e da altri abbiamo appreso e continuamente apprendiamo. […] Scriveva Italo Calvino nel 1963, un anno prima della scomparsa di Maria Maltoni, nella prefazione a una raccolta di scritti infantili e disegni di San Gersolè edita da Einaudi: «La dote più sorprendente degli scolari di San Gersolè mi pare sia quella della precisione. […] Il peccato capitale della nostra infanzia ci pare essere stato quello d’esserci sempre mossi nel vago, nell’indeterminato. Ma qui la lezione viene da due maestre: Maria Maltoni e la vita. […] Ogni immagine viene vista e disegnata con eguale nettezza, con eguale senso dell’importanza implicita in ogni cosa. Non credo che si diminuiscano originalità ed estro artistico del pittore maturo se ci si interroga su quanto egli debba alle esatte e asciutte figurazioni cui Maria Maltoni sapeva portare i suoi allievi nel disegnare e colorare. Certo, là, nei disegni di San Gersolè, abbiamo cose e insetti e realtà minute di un piccolo mondo. Pasquini si libera e libra e ci solleva in orizzonti ben più vasti. La ricerca ed evocazione di siffatti orizzonti nelle marine, nelle primavere, nel paese sotto la neve sono un acquisto dell’artista maturo. Nella figurazione della sua maturità d’artista però ancora egli racchiude la traccia degli asciutti e precisi dettagli cari a San Gersolè e, come è stato già da altri detto, li assume come fonte di poesia.   Tullio De Mauro Dalla monografia “ITINERARI (ANCHE) SENTIMENTALI” redatta in occasione della mostra presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia Roma – Gennaio 2009

Ecco un nuovo traguardo per quanti amano l’arte di Luciano Pasquini. Il suo cammino continua luminoso. Fiorisce sempre di più la sua arte e crescono intorno il riconoscimento e l’ammirazione. Lo dicono col loro stesso proporsi le sue personali più recenti, da quella romana di Palazzo Venezia del 2009 a quelle di Pontassieve, Matera, Palermo, all’Archivio di Stato di Milano, passando per gli appuntamenti ormai tradizionali di Numana. Lo attestano le collettive. E l’ammirazione si fa circostanziata e penetrante analisi critica nelle parole dei presentatori delle mostre e nelle preziose monografie che si sono succedute e in questa. E pur sempre, tuttavia, come già altra volta ebbi il privilegio di dire, il debito di un seme remoto continua a segnare l’affascinante esperienza artistica di Luciano Pasquini. La sua sicura genialità artistica non nasce dal vuoto. Pasquini non è di quelli che, giunti sul proscenio della fama, cercando d’essere additati come originali si fingono figli di se stessi, e spesso sono invece, come diceva il grande Wolfgang Goethe, “sciocchi di prima mano”. Giustamente Albert Einstein nella sua autobiografia intellettuale, The World as I see It, Il mondo come io lo vedo, ha ricordato quanto è grande per ciascun essere umano, anche per lo scienziato, anche per l’artista più innovativo, il debito che ha verso gli altri con cui è vissuto e vive. Viviamo – egli diceva – in case che altri hanno costruito, ci nutriamo di alimenti che altri hanno prodotto, pensiamo e diciamo cose complesse grazie a una lingua che altri hanno parlato e formato nei secoli e da altri abbiamo appreso e continuamente apprendiamo. Il nostro immaginario, possiamo aggiungere, è fatto di immagini che altri ci hanno insegnato a cogliere nella massa sterminata del visibile. Le maestre e i maestri delle scuole per l’infanzia e delle scuole elementari, che hanno il privilegio di assistere alle improvvise espansioni e crescite vertiginose, a tratti vere esplosioni di esperienze, conoscenze, abilità di cui è capace ogni bambino, sanno bene che quel che possono insegnare dentro l’aula è poca cosa, è un piccolo sottoinsieme dell’immensa “scuola grande come il mondo” di cui parlava Gianni Rodari, che tornerò a rammentare poco oltre. Lo sanno maestre e maestri e talora lo sa anche qualche esperto di valore, artigiano, artista, insegnante che sappia far crescere dall’apprendistato all’arte e al sapere adolescenti e giovani (e non per caso, se e quando lo sa fare, lo chiamiamo allora “maestro”). Maestri e maestre fanno dunque cose di poco conto? Potremmo far a meno di loro come ogni tanto sogna qualche ministro delle finanze qua e là anche nel vasto mondo e soprattutto in Italia? No, certamente no. Le cose del mondo e anche i libri e qualche volta perfino i discorsi altrui non parlano da soli, parlano se sappiamo osservare e ascoltare. Ma le cose, i libri, gli altri impariamo a osservarli, ascoltarli e capirli soltanto se per loro abbiamo una scintilla di interesse. Se riflettiamo su questo, cominciamo a intravedere che cosa i maestri ci danno: scintille di interesse, luci che illuminano possibili nostri cammini nel vasto mondo, non di più o forse solo assai poco di più, ma non di meno. Il cammino è nostro, sarà di ciascuno di noi, ma il nostro sguardo si sarebbe perso e si perderebbe nell’opaco se nella nostra prima età la luce non fosse stata accesa da una maestra o da un lontano maestro, di cui a volte dimentichiamo perfino il nome. Ma l’opera sua continua. Non è caduto nell’oblio il nome di Maria Maltoni. Caso non unico. Dalla metà del Novecento il percorso a tratti tormentato della scuola italiana ha trovato e trova riferimenti alti su cui si orienta: Mario Lodi a Vho di Piadena, Leonardo Sciascia a “Regalpetra” (Racalmuto), don Lorenzo Milani a Calenzano e Barbiana, don Roberto Sardelli all’Acquedotto Felice di Roma, Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, Bruno Ciri a Certaldo e Bologna, Albino Bernardini in Sardegna e a Pietralata, Tullio Sirchia a Trentapiedi, i “maestri di strada” a Napoli e, tra loro, quel Marco Rossi Doria che ora è stato chiamato ai vertici del governo della scuola. Maria Maltoni spicca alta tra queste alte vette. Intendiamoci: un valente editore che seppe essere vicino alla vita reale della scuola, Armando Armando, osservò una volta che non ci sono solo gli “eroi”, sono centinaia, migliaia le maestre e i maestri che, per la loro maniera di insegnare, sono capaci di dimenticati eroismi e son degni dei nomi noti ora fatti. È vero. Merito grande di quelli che abbiamo ricordato è aver raccontato e documentato i percorsi loro e di allievi e allieve. Racconti e documenti ci danno la possibilità di scorgere il segreto dell’arte di questi maestri: la comune appassionata capacità d’ascolto e d’osservazione verso gli allievi, verso la loro vita reale, verso le loro esperienze e abilità. E nei loro alunni essi hanno saputo suscitare e alimentare la stessa capacità d’osservare ambienti e mondi del loro vivere concreto, portandoli a essere attenti e a significare i frutti della loro attenzione esprimendosi liberamente e con impegno e cura, inventandosi da loro le opere frutto di questa affinata capacità espressiva: «non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo», ha scritto Gianni Rodari nella Grammatica della fantasia. Da qualche tempo a Impruneta sono raccolti e esposti i diari, le mirabili cronache e gli straordinari disegni di alunni che testimoniano dell’opera didattica di Maria Maltoni nella scuola di San Gersolè degli anni trenta, quaranta, cinquanta del Novecento. Se li andiamo a vedere, possiamo ammirare il tradursi della passione e attenzione della maestra nel progredire della maturazione intellettuale e umana e infine espressiva di quanti le furono allievi. Tra questi per anni ci fu Luciano Pasquini. I critici d’arte sono stati più volte attratti dall’opera pittorica di Luciano Pasquini e hanno ben messo in evidenza ciò che qualcuno ha chiamato “il lirismo dei colori”. È però forse lecito aggiungere che tale lirismo emerge tanto più evidente quanto maggiore è la ricognizione affettuosa e l’evocazione di dettagli e contorni precisi: viola più o meno chiaro di bocche di leone tra i giaggioli, gialle fioriture di rami di maggiociondolo tra le “dalie di mille colori”, gruppetti di verdi cipressi puntuti a corona del “cuore della Toscana”, acque biancheggianti lungo la riva del mare, linee d’orizzonte che staccano e qualificano il vario colore di paesaggi marini, agresti o umani. Nel 1963, nella prefazione ai Quaderni di San Gersolè, la raccolta di scritti infantili e disegni di alunni di Maria Maltoni, Italo Calvino scrisse: «La dote più sorprendente degli scolari di San Gersolè mi pare sia quella della precisione. (…) Il peccato capitale della nostra infanzia ci pare essere stato quello d’esserci sempre mossi nel vago, nell’indeterminato. Ma qui la lezione viene da due maestre: Maria Maltoni e la vita. (…) Ogni immagine viene vista e disegnata con eguale nettezza, con eguale senso dell’importanza implicita in ogni cosa». Non si diminuiscono originalità ed estro artistico di Luciano Pasquini se ci si interroga su quanto egli debba alle esatte e asciutte figurazioni cui Maria Maltoni sapeva portare i suoi allievi nel disegnare e colorare. Certo, là, nei disegni di San Gersolè, abbiamo cose e insetti e realtà minute di un piccolo mondo. Pasquini si libera e libra e ci solleva in orizzonti ben più vasti. La ricerca ed evocazione di siffatti orizzonti nelle marine, nelle primavere, nel paese sotto la neve sono un acquisto dell’artista maturo. Nella figurazione della sua maturità d’artista però ancora egli racchiude la traccia degli asciutti e precisi dettagli cari a San Gersolè e, come è stato già ben detto, li assume come fonte di poesia.   Introduzione alla monografia “Dagli angoli d’ombra agli orizzonti dipinti” Roma, 4 dicembre 2012

ALMINA DOVATI FUSI

[…] Non inquinato da scuole o tendenze, Luciano Pasquini è un artista spontaneo, schietto, che sa camminare su di una strada diritta, con tenacia, passione e intelligenza. Ma la sua fresca spontaneità non è il frutto di una facile improvvisazione, bensì il frutto di una ricerca che si fa sempre più attenta e meditata col progredire della sua maturità artistica […]”   Dal catalogo della mostra personale alla Galleria “IL CASTELLO” Pontassieve (Firenze) – 1974

GIOVANNI FACCENDA

(…) Chi li osserva con la dovuta attenzione, questi dipinti, subito si accorge di una voce autentica che riecheggia di valle in valle: è quella – nella vita silenziosa, persino eccessivamente timida a volte – di Pasquini, un artista capace di ridestare antichi transiti, essenze che pensavamo smarrite nel grande scrigno dei ricordi, una distinta sensazione di beatitudine che certo è estranea a un quotidiano arroventato da ansie e crescenti frenesie. Riparare in luoghi circondati da armonia e silenzio, nei quali indovini vite semplici spese tra i campi e il mare, diventa approdo necessario quando la realtà ha forma, oltre una finestra, di palazzi che spengono il cielo con i loro tetti d’embrice, sempre troppo alti per vedere l’alba farsi giorno e il giorno consumarsi in sera. La mente corre lontana: dalla collina di Villamagna, sospesa sull’Arno e su Firenze, si estende oltre l’Umbria francescana, fino a raggiungere la riviera marchigiana, tanto cara a Pasquini. In questo poetico attraversamento, ci fanno compagnia cipressi assonnati, distese fiorite di ginestre e di lavanda, filari ordinati, qualche mandorlo in fiore. (…) Dirsi grati a chi risveglia il meglio che è in noi con tanta suggestiva poesia equivale a sottolineare il più appariscente significato di una pittura che rifugge, da sempre, retoriche esaltazioni, per presentarsi schietta al cuore di chissà quanti ancora stupiscono dinanzi al volo leggero di una farfalla tra il cielo e gli alberi.   Dalla monografia “LA NATURA COME FONTE DI POESIA” redatta in occasione della mostra presso la Rocca Paolina Perugina. Perugia – Maggio/Giugno 2007

Nel silenzio di questa campagna, nascosta dalle prime colline intorno a Firenze, misfatti e illusioni di certa arte contemporanea svaniscono come i chicchi di grandine portati da un temporale di fine estate. Qui, il bello, torna a mostrarsi nella sua secolare e misteriosa interezza, a ridosso di campi, selve e case testimoni di storie antiche. Antiche come l’uomo. Non meravigli, dunque, che l’animo sensibile di un pittore ispirato, qual è appunto Luciano Pasquini, si nutra di visioni agresti o marine, a seconda delle stagioni, per realizzare quanto di più nobile, e allo stesso tempo di segreto, abiti il suo cuore: dipingere, dopotutto, è un modo per raccontare se stessi o descrivere qualche cosa. Lui, Pasquini, lo fa rincorrendo incanti di natura che accendono fremiti e palpitazioni. (…) Non c’è paesaggio o mazzo di fiori, dipinti da Pasquini, che non racconti qualcosa della sua storia personale, in un’allegoria ermetica – ignorata dai più – densa di cromie simboliche, ombre rarefatte e chiarori opalescenti. (…)   Dalla monografia “ITINERARI (ANCHE) SENTIMENTALI” Museo Nazionale di Palazzo Venezia Roma – Gennaio 2009

“ Trentacinque anni: tanti sono passati da quel debutto personale, accompagnato dalle parole di Almina Dovati Fusi, presso la galleria Il Castello di Pontassieve. […] Nel breve volgere di due settimane, Luciano Pasquini si era prima presentato al cospetto di Dio per unirsi in matrimonio con la sua dolce signora, e poi davanti agli uomini, con quel segreto, a lungo taciuto, che erano i suoi quadri. Fiori e paesaggi perpetuati sulle tele rimandavano – allora come oggi – alla scuola di San Gersolè. Allora inconsapevolmente, oggi non più. Piacquero, quei lavori. E così ebbe incoraggiante inizio una carriera che avrebbe presto incontrato il favore della critica e del pubblico. Un percorso costellato di successi conseguiti in ogni dove. […] Lo attende uno spazio pubblico, la Sala delle Colonne, che un assessore illuminato, Alessandro Sarti, ha da tempo nobilitato con alcune significative esposizioni antologiche: quelle dedicate a Guttuso e Ligabue, su tutte. Ma Pasquini non trema. Con queste opere, anzi, ci regala ancora brividi di poesia autentica. E di bella pittura. Forse ignora – ed è bene che sia così, conoscendo la sua invincibile timidezza e l’impareggiabile umiltà – che un’eccezionale mostra su Beato Angelico verrà subito dopo la sua, e che negli stessi spazi in cui oggi noi possiamo ammirare i suoi silenzi di natura presto troveremo altri silenzi ed altri incanti: quelli del frate francescano. Sono i miracoli, rari, per cui vale la pena vivere questa nostra incerta esistenza.”   Dalla monografia “SILENZI DI NATURA” redatta in occasione della mostra presso la Sala delle Colonne Comune di Pontassieve Pontassieve (Firenze) – Dicembre 2009/Gennaio 2010

MAURO INNOCENTI

[…] E’ vero che ormai siamo tutti abituati ai piatti forti e che i sapori semplici non siamo nemmeno più in grado di gustargli, ma se ci si mette davanti alle pitture di Luciano Pasquini con il medesimo atteggiamento con cui lui si è messo davanti alla tela bianca prima di cominciare a dipingere, a poco a poco quella sua ricerca affettuosa del colore, quella sua candida ed elegante composizione delle forme cominciano a prendere vita e trasmetterci, con una voce anche flebile, un brigidino di poesia. E vi par poco, in questo mondo di imbonitori, di arruffoni, di incompetenti pretenziosi, che qualcuno sia onesto e chiaro? […]”   Dal catalogo della mostra personale alla Galleria “IL CASTELLO” Pontassieve (Firenze) – 1975

SALVATORE ITALIA

La natura e i suoi colori hanno sempre costituito una fonte inesauribile di ispirazione per tanti artisti, segnandone il percorso in modo inconfondibile. Anche per Luciano Pasquini è la più peculiare connotazione, ma egli riesce ad essere un narratore sensibile e raffinato del mondo esterno che lo circonda, sa tradurre le emozioni che avverte in opere di non comune bellezza perché tracciate con mano sapiente e con componenti stilistiche veramente superbe. Ha scritto Fabio Migliorati, in un catalogo dedicato ad una bella mostra, che “la pittura di Luciano Pasquini è figlia del Novecento”. La definizione mi pare quanto mai azzeccata: l’artista fiorentino nutre la sua arte con la visione di luoghi, immagini, atmosfere, sensi nostalgici che hanno caratterizzato assai felicemente alcuni tra i più grandi artisti di quel secolo così significativo tanto nel nostro Paese quanto in Europa. (…) Le strisce soleggiate dei campi, le magnifiche distese fiorite, i tetti suggestivi, così armoniosamente inseriti nel contesto paesaggistico, ci danno la misura delle grandi e mirabili qualità di quest’artista, suscitatore di autentiche vibrazioni nello spettatore perchè riesce a trasmettere quelle sensazioni contemplative che animano, in modo trasparente ed impeccabile, la sua arte. La mostra di Palazzo Venezia, in uno dei più prestigiosi monumenti italiani, vuole anche costituire un significativo e meritato riconoscimento da parte di una pubblica istituzione per un maestro che sa scrivere splendide pagine di autentico valore nell’attuale panorama contemporaneo.   Dalla monografia “ITINERARI (ANCHE) SENTIMENTALI” redatta in occasione della mostra presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia Roma – Gennaio 2009

Pasquini è un narratore raffinato della natura e degli ambienti di un paesaggio che il suo occhio sa cogliere con attenzione ma anche con intensa partecipazione emotiva; non è, pertanto, un artista che traccia sulla tela ciò che il suo sguardo ammira, ma è, in verità, uno straordinario interprete capace di realizzare, con finissime variazioni cromatiche, le emozioni che possono offrire un’alba tenuemente velata o un rosso tramonto che accarezza le case, un dolce declivio della campagna toscana o le meravigliose lingue di mare che sfiorano la riviera del Conero. (…)La mostra di Palazzo Venezia, in uno dei più prestigiosi monumenti italiani, vuole anche costituire un significativo e meritato riconoscimento da parte di una pubblica istituzione per un maestro che sa scrivere splendide pagine di autentico valore nell’attuale panorama contemporaneo. Dopo l’importante mostra di Palazzo Venezia a Roma il percorso artistico di Luciano Pasquini registra ora un’altra suggestiva tappa con la rassegna di Milano, ospitata negli ambienti di una prestigiosa sede istituzionale pubblica come Palazzo Senato , sede dell’Archivio di Stato. Si tratta di un ulteriore, meritato  riconoscimento dell’arte del maestro toscano.   Dalla monografia “SGUARDI LIEVI” Palazzo del Senato Milano – Dicembre 2010

PAOLO LEVI

[…] Luciano Pasquini preferisce il paesaggio della memoria. Eppure sembra che egli dipinga en plein air, quando i colori e la luce assumono aspetti diversi, grazie al mutare delle ore. Un suo verde languido, particolare, è riprodotto in molti dipinti tra case rustiche, mentre, sullo sfondo, le colline circondano una ipotetica Firenze. E’ un Eden immaginifico che vive nella mutevole gamma dei verdi, dei rossi, dei gialli. Il colore ha un proprio spessore cromatico, i toni, soprattutto nei mazzi di fiori sono piuttosto marcati, sì che talvolta si ha la sensazione che l’occhio sia stato sopraffatto dall’emozione interiore. Egli come stagione preferisce, a volte, portare alla ribalta l’autunno, quando l’erba dei prati muta sfumatura e il panorama intorno pare tingersi di rosso, di porpora e di giallo oro. Tra le case, invece, i cipressi nella loro veste piramidale conservano ancora la tonalità della passata stagione […]   Dalla monografia “DENTRO IL PAESAGGIO” Edizione: Università degli studi di Camerino, in occasione della mostra presso il Palazzo Arcivescovile Camerino – Maggio 1995

DOMENICO MONTALTO

[…] Sono quelle di Pasquini, composizioni sempre dinamiche, plurali, tramate di essenziali nervature strutturali, eppure sommamente semplici, in grado di offrirsi al senso comune, in un lavorìo di segno e di croma dove il libero depositarsi e disporsi della pittura sul supporto diviene non semplice traduzione bensì vera e propria diretta traslitterazione del momento emotivo, dalla risonanza interiore innescata dal cangiare e dal trascorrere delle atmosfere, dal gioco delle luci, dal colore dell’aria. Riconciliato col mondo, Pasquini dipinge a pelle ciò che vive e che vede, testimoniandoci un’intatta e uguale capacità di stupore e di passione, sia che si trovi davanti alla gloria meridiana del paesaggio sia che ritragga – nel segreto domestico dello studio – la vivida fragilità d’un bouquet di fiori. La pittura di Pasquini è divenuta con la maturità sempre più lirica, intensa, sempre più attestata in una dimensione memoriale, retaggio forse simbolico di una natura interpretata quale libro in cui leggere la propria relazione con la vita e col destino; una natura vista romanticamente, con gli occhi di Goethe, come “libro vivente”.   Dal catalogo della mostra “Bellezza sognata” Galleria Lazzro by Corsi Milano – 2003

TOMMASO PALOSCIA

[…] Pasquini conserva integro quel modo di osservare gli oggetti e di ricomporgli in tessuti amorevoli, che è di ogni persona non “viziata” da pedanti accademismi o da certe velleità intellettuali di cui sono gravate le strade dell’arte, a far intendere che esse devono essere vetrine sempre più esclusive, e vistose, nell’esibire congerie intellettuali. Pasquini è fuori da tutto questo, assolutamente. E a mio avviso è qui il suo pregio prevalente perché così gli riesce di conservare una poetica freschezza di racconto, sempre meno usuale nelle diverse pitture del nostro tempo; di richiamare attorno ai suoi episodi gli amatori di favole, e forse anche di leggende, che parlano ancora di case una volta capaci di “vivere” isolate nei campi e di spazi verdi che circondano i paesi e le città. Un mito ecologico che, come tutti i miti vagheggia doti ambite dagli uomini o situazioni da costoro imperseguibili; comunque rimaste nelle letterature dei paradisi perduti […]   Dalla monografia “LUOGHI FORME E COLORE” Poesiarte Firenze – 1992

CLAUDIO STRINATI

Nella pittura di Luciano Pasquini non ci sono presenze umane. La Natura predomina incontrastata anche se talvolta raccolta in un vaso di fiori e talaltra vista da lontano circondando un borgo disseminato di case ma sempre dominante e sovrana. Ma non è un’arte lontana dall’uomo e dalla sua sensibilità. Al contrario è evidente come la pittura di Pasquini scaturisca da una finezza e una delicatezza estrema di sentimento talmente rarefatto e pudico da generare immagini di incomparabile soavità e dolcezza. Il mondo di Pasquini non è né moderno, né antico. Sembrerebbe, piuttosto, depositato sulla tela da una quieta osservazione della più semplice quotidianità ma si capisce subito quanto questa arte sia strutturata e organizzata da una mente vigile che costruisce il sistema delle immagini secondo criteri spontanei e insieme rigorosi tanto che i suoi incantevoli paesaggi si riconoscono immediatamente per una coerenza stilistica ed espressiva di lampante evidenza. Qui si capisce bene quanta attenzione e quanto gusto l’artista ponga all’atto della stesura. La sua materia pittorica è morbida e sensibile come accarezzata da un afflato di lirica emotività sempre contenuta in una atmosfera di riservatezza e bellezza.(…) Sobrio, asciutto ed essenziale nelle sue opere, è pittore integrale la cui dimensione poetica è immediatamente calata nella stesura pittorica. E le sue opere costituiscono tutte insieme una vera e propria serie, come di tanti capitoli di un libro unitario che scorre parallelo al libro della Natura ma non ne ripete pedissequamente le forme. Al contrario le reinterpreta integralmente per restituirci un insieme di pace e bellezza in cui rispecchiarsi cercando di cogliere l’essenza di quanto il pittore ci dice senza complesse elucubrazioni ma come una sorta di atto d’amore verso l’arte in sé.   Dalla monografia “ITINERARI (ANCHE) SENTIMENTALI” redatta in occasione della mostra presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia Roma – Gennaio 2009

MARCELLO VENTUROLI

[…] Nella ricca produzione di Pasquini, benché la sua esistenza quanto a luoghi di lavoro e di vita siano da un gran pezzo due, uno in collina salendo i tornanti della strada da Candeli, presso Firenze, l’altro in un paese della riviera del Conero, davanti a un mare selvaggio, il pittore ci aveva raccontato un terzo paesaggio dell’anima, gremito di casolari e di cipressi, ma non con la confidenza e, direi, l’autorità di chi esprime ciò che sente davanti a spiagge, dune, orizzonti, sabbie e ginestre lungamente vissuti. Figuriamoci poi la novità di quanto il pittore di gusti solari e mediterranei ha saputo ritrarre la purezza e i silenzi delle terre innevate, con la stessa meraviglia e lo stesso senso talvolta gioioso che prende i ragazzi al risveglio nel vedere fuori della finestra tutte le cose sotto il bianco elemento. In questa presenza alla Fiera di Bologna il pittore si è dunque voluto incontrare con quanti lo apprezzano attraverso visioni liriche e di natura diverse […]   Dalla presentazione sul catalogo: MARI, PAESI, FIORI e NEVI specchio dell’anima nella pittura recente di Luciano Pasquini della mostra personale ad ARTE FIERA BOLOGNA – 1999